come si chiama il cane della fata turchina

Anche quest’anno il cinema del periodo natalizio è caratterizzato dalla presenza di una favola che porta nelle sale migliaia di famiglie. Si tratta dell’ennesima trasposizione cinematografica del celeberrimo libro di Carlo Collodi Le avventure di Pinocchio. Storia di un burattino, scritto tra il 1881 e il 1883. Da oltre un secolo, le avventure del burattino hanno tenuto impegnata la critica letteraria che ne ha dato interpretazioni dal punto di vista sociologico, psicanalitico, esoterico, religioso. I bambini e le bambine di tutto il mondo semplicemente si divertono a leggerle e guardarle.

Significativi protagonisti dell’opera sono gli Animali che, come accade in parecchie favole, rappresentano gli Umani con vizi e virtù. Nella tradizione popolare troviamo la Volpe furba, il Lupo cattivo, la Colomba messaggera di pace, il Gufo saggio… Anche i colori degli Animali hanno un significato: il nero rappresenta il lutto, l’azzurro la serenità, il bianco la purezza, il rosso l’amore. I personaggi animali citati nel testo di Pinocchio sono in ordine di comparsa: Grillo, Pulcino, Volpe, Gatto, Merlo bianco, Falco, Can Barbone, Corvo, Civetta, Conigli, Picchi, Pappagallo, Gorilla, Cani mastini, Serpente, Lucciola, Faine, Colombo, Delfino, Pescecane, Granchio, Lumaca, Marmottina, Ciuchino, Capra, Tonno. Sono ammonitori (il Grillo parlante, il Pappagallo, la Lucciola, il Granchio, il Ciuchino), antagonisti (la Volpe e il Gatto, il Giudice Scimmione, le Faine, il Serpente, la Lumaca), soccorritori (il Colombo, il Delfino, il Tonno) e sono metafore viventi nel cammino fatto di incontri, sconfitte e cedimenti interiori che Pinocchio compie. Il film che in questo periodo è nelle sale italiane susciterà certamente la curiosità di leggere il libro. Per una buona parte di pubblico, si tratterà di rileggerlo. Leggere lo stesso libro in diverse fasi della vita comporta inevitabilmente la formulazione di un diverso giudizio perché la cultura si modifica con l’acquisizione di nuovi elementi che influenzano il pensiero. E’ evidente in questa celebre storia un uso degli Animali che suscita molti interrogativi sul reale fine educativo dell’opera.

Vi sono Animali che indubbiamente incarnano valori negativi. Il Gatto e la Volpe appaiono nel XII capitolo come due imbroglioni che campano di elemosina e raggiri fingendo di essere zoppo (la Volpe) e cieco (il Gatto). Incontrano Pinocchio che mostra loro incautamente le monete d’oro regalategli da Mangiafuoco ed essi lo convincono a sotterrarle nel Campo dei miracoli raccontandogli che sarebbero cresciuti alberi colmi di zecchini d’oro; l’intento era chiaramente quello di ingannarlo, rubando i soldi sotterrati.

I Cani sono grandi protagonisti del libro che ne presenta ben tre. Medoro è il can-barbone della Fata Turchina, buono, fedele, intelligente: il suo nome viene dall’Orlando Furioso, dove Medoro è l’amico di Cloridano innamorato di Angelica, ma anche dal Cane eroico narrato da Heine che nel Luglio francese del 1830 portava al suo padrone il fucile e le cartucce e quando il suo amico Umano cadde ne vegliò la tomba giorno e notte, «immobile come una statua della fedeltà». Fu mantenuto poi a spese della Guardia Nazionale. Incontriamo Medoro nel XVI capitolo: con una carrozza «color dell’aria, tutta imbottita di penne di canarino e foderata nell’interno di panna montata e di crema coi savoiardi», e trainata da «cento pariglie di topini bianchi», preleva il burattino ai piedi della Quercia grande e lo porta alla casa della Fata. Nel XXII capitolo, ecco Melampo, figura meno nobile, nonostante il nome sia quello del primo Greco che ricevette il dono della profezia ma anche il nome di uno dei Cani di Atteone, il giovane sbranato dai suoi stessi Cani per aver osato guardare la dea Artemide nuda. E’ il vecchio Cane da guardia morto da poche ore, sempre tenuto legato alla catena da un contadino, ed è il solo dei tre Cani del libro ad avere una connotazione antropomorfica e negativa. Con le quattro Faine stringe un patto: fingere di non accorgersi delle razzie di Galline nel pollaio, ricevendone una come premio. Pinocchio sostituisce Melampo nell’aia del contadino e contribuisce a catturare le Faine guadagnandosi la libertà. Nel XXVII capitolo Alidoro è il Cane mastino che porta lo stesso nome del filosofo maestro di Don Ramiro nella Cenerentola di Rossini e di un protagonista dell’Amadigi di Torquato Tasso. Prima è feroce inseguitore di Pinocchio, aizzato dai Carabinieri verso di lui, poi suo amico tant’è che Pinocchio lo salva mentre rischia di affogare e Alidoro salva Pinocchio dalla padella nella quale il pescatore lo vuol friggere. Alidoro non esiterà a spiccare un balzo e strappare dalle mani del pescatore quel fagotto infarinato: «Tu salvasti me e quel che è fatto è reso: in questo mondo bisogna tutti aiutarsi l’un l’altro».

Nel cap. XXIII un Colombo «più grosso di un tacchino» intravede Pinocchio dall’alto mentre piange sulla tomba della Fata, lo informa dell’imminente partenza di Geppetto che intendeva cercare Pinocchio, scomparso da quattro mesi, imbarcatosi su una barchetta diretta al di là dell’oceano. Il Colombo trasporta sulla groppa Pinocchio per raggiungere Geppetto sulla spiaggia del mare, distante più di mille chilometri. Arrivano il mattino seguente e il Colombo «non volendo nemmeno la seccatura di sentirsi ringraziare per aver fatto una buona azione, riprese subito il volo e sparì».

Il Corvo e la Civetta appaiono nel XVI capitolo: sono medici, insieme al Grillo-parlante, consultati dalla Fata per sapere se Pinocchio sia vivo o morto. Il Grillo, rimproverando il comportamento del burattino, lo fa piangere. A questo punto il Corvo sentenzia: «Quando il morto piange, è segno che è in via di guarigione» e la Civetta «Quando il morto piange è segno che gli dispiace di morire».

I Pesci hanno un ruolo cruciale nell’evolversi della storia. Nel XXXIV capitolo appare il Pesce-cane, definito in precedenza dal Delfino «più grosso di un casamento di cinque piani, ed ha una boccaccia così larga e profonda, che ci passerebbe comodamente tutto il treno della strada ferrata colla macchina accesa»; infestava le acque vicine all’isola delle Api industriose, definito per le stragi che compiva e per la voracità «L’Attila dei pesci e dei pescatori», viene intravisto da Pinocchio mentre cerca di nuotare verso lo scoglio. Nonostante gli sforzi per salvarsi, Pinocchio viene ingoiato dal Pesce-cane «con la bocca spalancata, come una voragine, e tre filari di zanne che avrebbero fatto paura anche a vederle dipinte». Al suo interno ritrova il padre Geppetto, mangiato «come un tortellino di Bologna» due anni prima, mentre si accingeva a varcare l’oceano tempestoso su una barchetta, alla ricerca di Pinocchio che finalmente lo ritrova e lo convince a fuggire dal corpo del Pesce-cane approfittando del fatto che il Pesce soffre di asma ed è costretto a dormire a bocca aperta.

Nell’avventura col Pesce-cane, Pinocchio si imbatte anche in un Tonno, «di una corporatura così grossa e robusta, da parere un vitello di due anni». Inghiottito dal Pesce-cane insieme a Pinocchio, risponde alle invocazioni di aiuto del burattino invitandolo a rassegnarsi al loro destino: essere digeriti. «Quando si nasce Tonni, c’è più dignità a morir sott’acqua che sott’olio!…» dice il Tonno filosofo. Quando Pinocchio e Geppetto riescono a fuggire dal Pesce-cane il Tonno li segue nella fuga e li porta a riva seduti sulla sua groppa. Giunti a terra sani e salvi, Pinocchio lo ringrazia con un «affettuosissimo bacio sulla bocca».

Un’altra figura fondamentale del libro è rappresentata dal Grillo Parlante, ancora oggi usato come metafora per definire la coscienza di ciascuno. Nel IV capitolo viene descritto come un grosso Grillo «paziente e filosofo» che abita nella casa di Geppetto da più di cent’anni. Ammonisce Pinocchio per le scappatelle commesse, sottolineando che i ragazzi che si ribellano ai genitori e abbandonano la casa si pentiranno e rimarranno ignoranti; Pinocchio non lo ascolta e in aggiunta gli lancia un martello che lo colpisce spiaccicandolo al muro. In altre occasioni la sorte del Grillo è meno tragica. Nel XIII capitolo, il Grillo appare a Pinocchio di notte su un tronco d’albero come un «piccolo animaletto che riluceva di una luce pallida e opaca, come un lumino da notte dentro una lampada di porcellana trasparente»: autodefinendosi «l’ombra del Grillo-parlante», lo esorta invano a riportare a Geppetto i quattro zecchini d’oro che stava andando a sotterrare nel Campo dei miracoli. Nel XVI capitolo compare come uno dei tre medici (insieme al Corvo e alla Civetta) accorsi al capezzale di Pinocchio nella casa della Fata; lo sgrida per il suo comportamento e riesce a farlo rinvenire. Nel XXXVI capitolo si ritrova proprietario della capanna di paglia dove trovano rifugio Pinocchio e Geppetto scampati dal ventre del Pesce-cane; racconta che la capanna gli era stata regalata da una «graziosa capra» con il pelo turchino (la Fata).

Vi sono altri Animali che fanno una breve ma significativa apparizione. Nel XX capitolo, un grosso Serpente con «la pelle verde, gli occhi di fuoco e la coda appuntuta, che gli fumava come una cappa di camino», sbarra la strada a Pinocchio mentre ritorna alla casa della Fata. Il burattino aspetta che il Serpente si allontani, ma quando lo vede immobile e irrigidito, pensando che sia morto cerca di scavalcarlo: quando il Serpente improvvisamente si rianima, Pinocchio inciampa e cade nel fango rimanendo a gambe all’aria. «Alla vista di quel burattino, che sgambettava a capofitto con una velocità incredibile il Serpente fu preso da una tal convulsione di risa, che ridi, ridi, ridi, alla fine, dallo sforzo del troppo ridere, gli si strappò una vena sul petto: e quella volta morì davvero».

Nel XXII capitolo le quattro Faine, d’accordo con il Cane Melampo, una volta alla settimana rubano otto galline dal pollaio mentre il Cane finge di dormire. Propongono a Pinocchio lo stesso accordo: il burattino finge di accettare, ma quando le Faine entrano nel pollaio, Pinocchio le rinchiude all’interno e avverte il contadino, che le mette in un sacco, con la promessa «di portarvi domani all’oste del vicino paese, il quale vi spellerà e vi cucinerà a uso lepre dolce e forte».

Nel cap. XXIV un Delfino, chiamato a riva da Pinocchio appena arrivato su un’isola, spiega al burattino la strada per arrivare al paese più vicino, gli dice che il Pesce-cane «da qualche giorno è venuto a spargere lo sterminio e la disperazione nelle nostre acque», e che Geppetto probabilmente era stato inghiottito dal Pesce.

Nel XXVII capitolo, un grosso Granchio «con una vociaccia di trombone infreddato» redarguisce i ragazzi durante il combattimento dei libri sulla spiaggia, spiegando che nei combattimenti fra ragazzi può sempre accadere qualche disgrazia. Pinocchio ribatte: «Chétati, Granchio dell’uggia!… Faresti meglio a succiare due pasticche di lichene per guarire da codesta infreddatura di gola. Vai piuttosto a letto e cerca di sudare!»

Nel XXIX capitolo «Una grossa Lumaca, che aveva un lumicino acceso nel capo», al servizio nella casa della Fata, si affaccia dall’ultimo piano quando il burattino bussa alla porta per entrare, e scende per potergli aprire. Dopo avere aspettato invano alcune ore dice: «ragazzo mio, io sono una lumaca, e le lumache non hanno mai fretta». Dopo nove ore di attesa, alla mattina, la Lumaca arriva, portandogli su un vassoio d’argento pane, pollo arrosto e quattro albicocche, cibo mandato dalla Fata. Il burattino però si accorge che il pane è di gesso, il pollo è di cartone e le albicocche di alabastro, e sviene per la fame o per la crudele lezione della Fata. Nel XXXVI capitolo, mentre Pinocchio sta andando a comprare dei vestiti, incontra la Lumaca che lo informa che la Fata è in ospedale, povera e malata. Pinocchio le offre generosamente tutti i suoi quaranta soldi di rame, le raccomanda di correre subito dalla Fata e di ritornare dopo due giorni per ricevere ancora qualche soldo che cercherà di guadagnare. «La Lumaca, contro il suo costume, cominciò a correre come una lucertola nei grandi solleoni d’agosto».

Nel XXXII capitolo una Marmotta che abita al piano superiore della casa dove alloggia Pinocchio, nel Paese dei balocchi, richiamata dalle urla disperate del burattino che ha appena scoperto di avere orecchie da Somaro, scende al piano di sotto, tasta il polso a Pinocchio, e lo dichiara affetto da «febbre del somaro», pronosticandogli: «fra due o tre ore, tu diventerai un ciuchino vero e proprio, come quelli che tirano il carretto e che portano i cavoli e l’insalata al mercato», un destino inevitabile fra «quei ragazzi svogliati che, pigliando a noia i libri, le scuole e i maestri, passano le loro giornate in balocchi, in giochi e in divertimenti».

Questa leggendaria «febbre del somaro» è stata, e forse per qualcuno è ancora, un tormentone legato ai momenti di negligenza e di pigrizia scolastica. L’allusione alle orecchie da Somaro per chi non studia e al naso che cresce a dismisura per chi dice le bugie hanno segnato irrimediabilmente l’infanzia di parecchie generazioni e pare che questo segno sia duro da rimuovere. Inoltre, attribuire agli Animali, le “bestie”, comportamenti violenti, brutali, incontrollabili è un modo per prendere le distanze dal male: loro sarebbero capaci di quel male di cui noi non siamo capaci ma in realtà siamo noi Umani l’esempio da cui attingere quel male. Ci si confronta con gli Animali fin dalla prima infanzia quando si inizia con i giocattoli a forma di Animali, gli Animali raffigurati su arredo e corredo, per proseguire con fiabe e canzoni. Gli Animali fanno parte di una serie di strumenti informatori del mondo che circonda bambini e bambini pertanto è inaccettabile dare informazioni che condizionino negativamente la crescita di piccoli individui perché è in essi che affonda le radici la società. La letteratura influenza usi e costumi da sempre, nonostante oggi siano i mezzi di comunicazione a farlo in maniera preponderante. E’ improbabile che arrivi da essi una riabilitazione di Somari, Gatti, Volpi e altri disgraziate vittime della penna di Homo sapiens scriptor. Al contrario, gli Animali sono sempre più oggetto a uso e consumo del pubblico che, imparando dalla letteratura, interiorizza espressioni linguistiche e immagini in modo tale da rendere tutto naturale e scontato, talvolta anche educativo. Ma, non vi è nulla di naturale, tanto meno di educativo, nel ritrarre un Animale lontano dalla sua natura, distorcerlo nella forma e nella sostanza. Animali vestiti e agghindati come Umani che si comportano come questi ultimi e, nella peggiore delle ipotesi, commettono scelleratezze di cui non sarebbero mai capaci sono protagonisti indiscussi di opere divenute immortali. Nella classifica dei libri più tradotti al mondo, con le sue 240 traduzioni, Le avventure di Pinocchio. Storia di un burattino, è secondo solo a Il Piccolo Principe di Antoine de Saint-Exupéry: entrambi sono considerati capolavori della letteratura per l’infanzia ma è davvero così?

AMELIA PERDE I DENTI, ARRIVA FATINA DEI DENTINI! – “Si sCamBiano” Ep.5 || Ameli tvit

Premessa

Se è vero che in ogni fiaba c’è un fondo di verità, è pur vero che Le Avventure di Pinocchio di Carlo Collodi non è una fiaba e, a ragione di questo, le verità possono essere molteplici. Molto più che un fondo.

La storia del burattino di legno è un romanzo italiano per ragazzi. Un romanzo di formazione, redatto a puntate verso la fine dell’Ottocento, perfettamente inscrivibile nella corrente letteraria del bildungroman europeo. Fin qui, critica concorde e già abbondantemente espressa. Un dato molto meno noto, di contro, è che il progetto iniziale prevedesse un racconto molto più breve. La storia terminava inizialmente con la morte di Pinocchio per mano del Gatto e della Volpe (capitolo XV, sui trentasei totali). Il grande successo riscosso impose all’autore di proseguire. In quale modo? Facendo entrare in scena una fata…

come si chiama il cane della fata turchina

come si chiama il cane della fata turchina

I Cani sono grandi protagonisti del libro che ne presenta ben tre. Medoro è il can-barbone della Fata Turchina, buono, fedele, intelligente: il suo nome viene dall’Orlando Furioso, dove Medoro è l’amico di Cloridano innamorato di Angelica, ma anche dal Cane eroico narrato da Heine che nel Luglio francese del 1830 portava al suo padrone il fucile e le cartucce e quando il suo amico Umano cadde ne vegliò la tomba giorno e notte, «immobile come una statua della fedeltà». Fu mantenuto poi a spese della Guardia Nazionale. Incontriamo Medoro nel XVI capitolo: con una carrozza «color dell’aria, tutta imbottita di penne di canarino e foderata nell’interno di panna montata e di crema coi savoiardi», e trainata da «cento pariglie di topini bianchi», preleva il burattino ai piedi della Quercia grande e lo porta alla casa della Fata. Nel XXII capitolo, ecco Melampo, figura meno nobile, nonostante il nome sia quello del primo Greco che ricevette il dono della profezia ma anche il nome di uno dei Cani di Atteone, il giovane sbranato dai suoi stessi Cani per aver osato guardare la dea Artemide nuda. E’ il vecchio Cane da guardia morto da poche ore, sempre tenuto legato alla catena da un contadino, ed è il solo dei tre Cani del libro ad avere una connotazione antropomorfica e negativa. Con le quattro Faine stringe un patto: fingere di non accorgersi delle razzie di Galline nel pollaio, ricevendone una come premio. Pinocchio sostituisce Melampo nell’aia del contadino e contribuisce a catturare le Faine guadagnandosi la libertà. Nel XXVII capitolo Alidoro è il Cane mastino che porta lo stesso nome del filosofo maestro di Don Ramiro nella Cenerentola di Rossini e di un protagonista dell’Amadigi di Torquato Tasso. Prima è feroce inseguitore di Pinocchio, aizzato dai Carabinieri verso di lui, poi suo amico tant’è che Pinocchio lo salva mentre rischia di affogare e Alidoro salva Pinocchio dalla padella nella quale il pescatore lo vuol friggere. Alidoro non esiterà a spiccare un balzo e strappare dalle mani del pescatore quel fagotto infarinato: «Tu salvasti me e quel che è fatto è reso: in questo mondo bisogna tutti aiutarsi l’un l’altro».

Un’altra figura fondamentale del libro è rappresentata dal Grillo Parlante, ancora oggi usato come metafora per definire la coscienza di ciascuno. Nel IV capitolo viene descritto come un grosso Grillo «paziente e filosofo» che abita nella casa di Geppetto da più di cent’anni. Ammonisce Pinocchio per le scappatelle commesse, sottolineando che i ragazzi che si ribellano ai genitori e abbandonano la casa si pentiranno e rimarranno ignoranti; Pinocchio non lo ascolta e in aggiunta gli lancia un martello che lo colpisce spiaccicandolo al muro. In altre occasioni la sorte del Grillo è meno tragica. Nel XIII capitolo, il Grillo appare a Pinocchio di notte su un tronco d’albero come un «piccolo animaletto che riluceva di una luce pallida e opaca, come un lumino da notte dentro una lampada di porcellana trasparente»: autodefinendosi «l’ombra del Grillo-parlante», lo esorta invano a riportare a Geppetto i quattro zecchini d’oro che stava andando a sotterrare nel Campo dei miracoli. Nel XVI capitolo compare come uno dei tre medici (insieme al Corvo e alla Civetta) accorsi al capezzale di Pinocchio nella casa della Fata; lo sgrida per il suo comportamento e riesce a farlo rinvenire. Nel XXXVI capitolo si ritrova proprietario della capanna di paglia dove trovano rifugio Pinocchio e Geppetto scampati dal ventre del Pesce-cane; racconta che la capanna gli era stata regalata da una «graziosa capra» con il pelo turchino (la Fata).

Significativi protagonisti dell’opera sono gli Animali che, come accade in parecchie favole, rappresentano gli Umani con vizi e virtù. Nella tradizione popolare troviamo la Volpe furba, il Lupo cattivo, la Colomba messaggera di pace, il Gufo saggio… Anche i colori degli Animali hanno un significato: il nero rappresenta il lutto, l’azzurro la serenità, il bianco la purezza, il rosso l’amore. I personaggi animali citati nel testo di Pinocchio sono in ordine di comparsa: Grillo, Pulcino, Volpe, Gatto, Merlo bianco, Falco, Can Barbone, Corvo, Civetta, Conigli, Picchi, Pappagallo, Gorilla, Cani mastini, Serpente, Lucciola, Faine, Colombo, Delfino, Pescecane, Granchio, Lumaca, Marmottina, Ciuchino, Capra, Tonno. Sono ammonitori (il Grillo parlante, il Pappagallo, la Lucciola, il Granchio, il Ciuchino), antagonisti (la Volpe e il Gatto, il Giudice Scimmione, le Faine, il Serpente, la Lumaca), soccorritori (il Colombo, il Delfino, il Tonno) e sono metafore viventi nel cammino fatto di incontri, sconfitte e cedimenti interiori che Pinocchio compie. Il film che in questo periodo è nelle sale italiane susciterà certamente la curiosità di leggere il libro. Per una buona parte di pubblico, si tratterà di rileggerlo. Leggere lo stesso libro in diverse fasi della vita comporta inevitabilmente la formulazione di un diverso giudizio perché la cultura si modifica con l’acquisizione di nuovi elementi che influenzano il pensiero. E’ evidente in questa celebre storia un uso degli Animali che suscita molti interrogativi sul reale fine educativo dell’opera.

I Pesci hanno un ruolo cruciale nell’evolversi della storia. Nel XXXIV capitolo appare il Pesce-cane, definito in precedenza dal Delfino «più grosso di un casamento di cinque piani, ed ha una boccaccia così larga e profonda, che ci passerebbe comodamente tutto il treno della strada ferrata colla macchina accesa»; infestava le acque vicine all’isola delle Api industriose, definito per le stragi che compiva e per la voracità «L’Attila dei pesci e dei pescatori», viene intravisto da Pinocchio mentre cerca di nuotare verso lo scoglio. Nonostante gli sforzi per salvarsi, Pinocchio viene ingoiato dal Pesce-cane «con la bocca spalancata, come una voragine, e tre filari di zanne che avrebbero fatto paura anche a vederle dipinte». Al suo interno ritrova il padre Geppetto, mangiato «come un tortellino di Bologna» due anni prima, mentre si accingeva a varcare l’oceano tempestoso su una barchetta, alla ricerca di Pinocchio che finalmente lo ritrova e lo convince a fuggire dal corpo del Pesce-cane approfittando del fatto che il Pesce soffre di asma ed è costretto a dormire a bocca aperta.

Nel XXXII capitolo una Marmotta che abita al piano superiore della casa dove alloggia Pinocchio, nel Paese dei balocchi, richiamata dalle urla disperate del burattino che ha appena scoperto di avere orecchie da Somaro, scende al piano di sotto, tasta il polso a Pinocchio, e lo dichiara affetto da «febbre del somaro», pronosticandogli: «fra due o tre ore, tu diventerai un ciuchino vero e proprio, come quelli che tirano il carretto e che portano i cavoli e l’insalata al mercato», un destino inevitabile fra «quei ragazzi svogliati che, pigliando a noia i libri, le scuole e i maestri, passano le loro giornate in balocchi, in giochi e in divertimenti».

Una fata atipica

La fata di Pinocchio è un personaggio femminile dal carattere marcatamente diacronico e innovativo, in relazione al contesto letterario in cui è stata concepita. In un’Italia “da farsi”, che alla prima apparizione editoriale del burattino non solo aveva raggiunto l’Unità da appena vent’anni, ma aveva appena sancito e regolamentato l’istruzione femminile, questa bambina dai capelli turchini era atipica quanto il colore della sua chioma.

Questa giovanissima fata (all’inizio della storia è una bambina) vive sola, in una grande casa, con servi, paggi e altri domestici. Non è sottoposta al controllo di figure maschili: niente marito, né padre o fratelli. Per la realtà (letteraria e non) di allora era un’eccezione più unica che rara. Una realtà in cui la preparazione scolastica delle ragazzine era ben lontana da quella dei maschi e prevedeva, dopo solo due anni di lezioni indifferenziate, un percorso di “lavori donneschi” con l’unico scopo di creare la perfetta madre di famiglia. Per non parlare di un universo letterario in cui il tipico romanzo di formazione (bildung) non includeva personaggi femminili in veste di protagoniste, né in altre vesti che avessero una qualche rilevanza ai fini della trama. Al massimo, il passivo ruolo di ricompensa amorosa.

Secondo Mantelli, la fata non è solo indipendente, magica e potente, ma rappresenta per il protagonista la provvidenza e la salvezza, come la Beatrice dantesca. Una donna angelo. È il simbolo del raggiungimento di quella conoscenza che solo un percorso ascetico può conferire. Una catarsi che affonda le radici in un riferimento letterario e iconografico ben preciso, ma cerchiamo prima di comprenderne le origini.

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